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La televisione del futuro: lavori ancora in corso, all’estero e in Italia

Tra piattaforme streaming e canali via cavo. Dov’è la novità e dov’è, invece, la conferma. Tra modelli produttivi e distributivi, tra prodotti di nicchia e prodotti generalisti


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Pubblicato il 08/02/2018
Ultima modifica il 08/02/2018 alle ore 12:36

Non è facile fotografare la situazione attuale della serialità televisiva. E non è nemmeno facile provare a parlare di un fenomeno unico ed uniforme. Le serie tv, più del cinema, sono diventate in questi anni il core business di network, canali e piattaforme streaming. Sono la nuova frontiera dell’intrattenimento. Perché, rispetto ai format più tradizionali, si sono adattate molto più facilmente ai tempi e al pubblico, e hanno trovato nella scrittura una fonte costante – non inesauribile, però – di idee. C’è stata un’evoluzione: lenta, difficile; forse anche travagliata. Le serie tv non sono sempre state così numerose, e gli investimenti non sono sempre stati così importanti. C’è voluto tempo. Da una nicchia ci si è spostati verso un un mercato più grande, e da un piccolo numero di autori, quasi tutti specializzati in televisione, siamo arrivati a una marea di volti, nomi e firme, molti riconoscibili e provenienti da cinema e letteratura.  

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La televisione, oggi, è sovraccarica. Piena fino allo sfinimento. Le serie tv sono così tante che è difficile stargli dietro, seguirle tutte, sapere addirittura da quale iniziare. Anche la competizione si è, a modo suo, evoluta. Da «devo produrne di più» a «devo produrre meglio». La struttura stessa di canali via cavo (Hbo, FX; qui in Europa Sky) è cambiata. Colpa dello streaming e dell’on demand, certo. Ma soprattutto della crescente offerta, più che domanda, di serie tv. 


La corsa ai talenti
Solo negli ultimi giorni, Hbo ha annunciato che nella seconda stagione di “Big Little Lies”, una delle serie trionfatrici dell’ultimo anno agli Emmy e ai Golden Globe, ci sarà anche Meryl Streep; e che Helen Mirren sarà la protagonista della nuova co-produzione con Sky “Caterina La Grande”. La televisione, in tutte le sue forme, lineare e in streaming, rappresenta un mercato florido e in espansione. Il merito di questa apertura va ricercato nel diverso approccio che hanno produttori e case di produzione, ancora interessate alla libertà creativa e a intercettare un’idea di intrattenimento diversa e più critica. Non per questo, però, guadagni e ricavi passano in secondo piano. Dopo una spinta iniziale, Netflix – per fare un esempio più concreto – ha cominciato a selezionare i propri progetti e a cancellare, qualora non fossero investimenti giustificati, serie tv. 

 

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(Laura Dern, Nicole Kidman, Zoe Kravitz, Reese Witherspoon e Shailene Woodley: il cast pluripremiato di Big Little Lies)  


È la diretta conseguenza dell’aumento degli abbonamenti: solo nell’ultimo quadrimestre del 2017, c’è stato l’ennesimo balzo in avanti, portando le iscrizioni a un totale di (più di) 117 milioni. Netflix non è un canale generalista, ma deve tenere in considerazione i gusti di un pubblico generalista. E quindi le sue produzioni devono essere allineate a un’idea più ecumenica e comprensiva di intrattenimento. Anche per questo continua a cercare talenti. E, ancora una volta, non solo per le serie tv. Amazon, invece, prosegue su una strada parallela e, a tratti, diversa: vengono ordinati pilot, episodi 0, poi giudicati direttamente dai clienti (iscritti a Prime Video); e solo nel momento in cui c’è un riscontro effettivo e positivo, si procede con la produzione (l’ordine, come si dice) della stagione intera. Contrariamente a Netflix, poi, Amazon ha una linea più tradizionalista sul cinema e la distribuzione dei suoi film: la sala continua a giocare un ruolo importante; forse, addirittura, Amazon è anche più tradizionalista delle major, come Warner e Universal che cercano nel futuro un’abbreviazione della finestra distributiva, dal cinema all’home video. In comune, però, le due piattaforme streaming hanno il numero crescente di talenti e di nomi di rilievo. Cosa che, tra l’altro, cercano anche le televisioni lineari, come Hbo e FX e Sky. Ognuno, però, a modo suo.
 

Qual è la televisione del futuro?
Hbo, FX e Sky, benché forti di investimenti importanti (Sky, nell’ultimo anno, ha speso qualcosa come 9 miliardi di dollari nella produzione di serie tv in Europa), continuano a preferire il modello distributivo lineare. Con un giorno di messa in onda precisa, pubblicità, una (o al massimo due) puntate a settimana. Il binge watching – vedere una serie per intero senza interruzioni, un episodio dopo l’altro – è un fenomeno nato quasi in concomitanza con Netflix e abbracciato dalle altre piattaforme streaming (Hulu, Amazon, eccetera) e che ne ha fatto la fortuna, almeno per i primi tempi. La televisione del futuro, insomma, è ibrida. Fatta di tante soluzioni.
 

Non vale dire che è solo Amazon, o solo la Hbo. È un mercato complesso, ricco di sfumature, fatto di tanti modelli. Con qualche somiglianza, però. E qualche avvicinamento. Solo la settimana scorsa, ad esempio, Sky ha fatto sapere di stare lavorando alla possibilità di affidarsi alla connessione internet e non più al satellite per la distribuzione dei propri contenuti. Un passo in avanti tecnologico, preannunciato anche dallo sviluppo di NowTv, che potrebbe permettere a Sky di aumentare i propri abbonati nell’abbattimento delle limitazioni fisiche come, appunto, quella dell’antenna parabolica.
 

Sono forse gli effetti delle piattaforme streaming, del loro successo, dell’aumento costante del numero di accessi a internet, e anche della necessità di rimanere competitivi sui costi. Perché è anche questa, la televisione del futuro. Una in cui le possibilità sono molteplici e selezionabili anche in base all’economicità delle offerte, che a loro volta, ancora, dipendono da quello che è il modello adottato. Netflix non rincorre Hbo o gli altri canali via cavo. Non nella sua impostazione generale, quella rivolta al pubblico, di comunicazione e distribuzione. Netflix vuole essere qualcosa di simile – ma non uguale – ai social network e a Youtube: vuole essere così accessibile e presente nella vita delle persone da essere la prima cosa che controlliamo una volta svegli. E da qualunque tipo di device. Smartphone, iPad, computer. Televisione.
 

Amazon, invece, è in una fase diversa e il suo modello è ancora strettamente legato al rapporto con i clienti, al loro immediato riscontro in produzioni e offerte. Anche qui è importante l’economicità dell’abbonamento. È, forse, uno dei punti su cui si fonda tutta la strategia di Amazon. Potrebbe sembrare che con la loro evoluzione queste due piattaforme abbiano totalmente perso di vista il loro spirito iniziale di sperimentazione e di “nicchia”. In un certo senso è così. Ed è per la necessità, di cui abbiamo già parlato, di stare al passo con il numero crescente di abbonati.
 

Però le produzioni (Netflix conta di portarle a 650 nel 2018, più del 50% rispetto al 2017) continuano ad essere d’avanguardia, originali, affidate a showrunner e a scrittori, forti della particolarità dei tanti mercati in cui ci si insedia. Ci sono anche, com’è giusto, prodotti più generici e piatti. Ma ce ne sono anche altri diversi, più complessi, difficili da sostenere nel lungo termine. Per citarne qualcuno: “American Gods” di Prime Video e “The Crown” di Netflix. Non sono vere e proprie eccezioni, ma rappresentano anomalie, a modo loro, nella linearità produttiva di chi, oggi, deve confrontarsi con milioni e milioni di persone.
 

Hbo, Channel4, ITV e FX  

Una cosa che, invece, non devono fare i canali via cavo di nicchia, come Hbo, FX e le inglesi Channel4 e ITV, che invece continuano a produrre serie sempre più particolari e originali, che spesso trovano un distributore internazionale più grande ma che, ancora più di frequente, si limitano – e non è poco – a soddisfare un numero ristretto, ben identificabile, di persone. 


Hbo, in questo senso, è piuttosto significativa. Sono state le sue produzioni, come “The Wire” e “I Soprano”, a dare il via alla rivoluzione delle serie tv. A cui hanno fatto poi seguito altri network, come AMC, che in questi anni ha prodotto capolavori come “Breaking Bad” e “Mad Men”. FX, a modo suo, sta provando a trovare la sua strada. “Fargo”, “Legion”, “Snowfall”, “Atlanta” sono tutti esempi di un modello volto alla qualità, anche alla sperimentazione, che non esita a investire e a rischiare, e a dare spazio a scrittori di talento, come Noah Hawley e Donald Glover. 


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Channel4 e ITV, invece, rappresentano ognuna a modo suo due oasi felici in Europa. Channel4 è la rete che ha “creato” Black Mirror, prima ancora dell’arrivo di Netflix; che ha dato vita a una serie incredibile come “Utopia” (di cui, fino a qualche tempo fa, si vociferava anche un remake americano), e che ora continua a dare spazio a storie piccole, intime nella loro dimensione, come “The end of the f***ing world” (poi distribuita da Netflix). ITV, invece, è la casa di “Broadchurch”, diventata famosa in tutto il modo, rifatta, con lo stesso attore protagonista, David Tennant, anche negli Stati Uniti. Ma anche di “Endeavour”, poliziesco super-classico, prequel dell’Ispettore Morse. In questi casi parliamo di milioni di spettatori; a volte, anche decine di milioni (come per “Game of Thrones” di Hbo, o per la “Vera” di ITV, qui in Italia trasmessa dal canale Giallo, che è arrivata a picchi di 6.7 milioni di spettatori). Non centinaia di milioni. E anche in questo, poi, sta la grande differenza con le piattaforme streaming: che sono sempre più di massa, sempre più impegnate, sempre più interessate a intercettare i gusti di chi, ogni mese, paga l’abbonamento.
 

Sky, Rai e Mediaset  

Qui in Italia le principali protagoniste del mercato restano Sky, Rai e Mediaset. E anche loro, ognuna a modo proprio, si sta specializzando nella serialità. Sia dal punto di vista contenutistico, sia dal punto di vista tecnologico. Il primato, qualitativo e quantitativo, grazie alle produzioni di Cattleya e Wildside, spetta senza ombra di dubbio a Sky, che è riuscita a traghettare l’Italia nuovamente sul mercato internazionale con la sua “Gomorra”, e poi con “The Young Pope”, prima co-produzione italiana con Hbo. 


Nel caso di Sky, la platea è ancora ridotta, i costi (per gli abbonati) sono poco competitivi rispetto a Netflix e a Amazon, ma rispetto anche al resto delle produzioni europee, dello stesso gruppo, c’è da notare una tendenza alla ricerca di storie più originali e interessanti. È il vantaggio di dover rispondere, nel proprio orticello, a (relativamente) pochi. La sfida per Rai e Mediaset, invece, è totalmente diversa. Nascono come generaliste. Non fanno i numeri di Netflix, ma devono soddisfare i gusti di un pubblico ampissimo, poco appassionato alla novità seriale anglo-americana, e ancora ancorato a un’idea classica di fiction.
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Sono interessanti “La Linea Verticale” di Mattia Torre, “Non uccidere” di Claudio Corbucci, “Rocco Schiavone” di Michele Soavi e “L’Ispettore Coliandro” dei Manetti Bros. Perché hanno rappresentato non solo un passo in avanti nella linea editoriale di Rai Fiction, ma anche perché sono state le prime (nello specifico: “Non uccidere”, “L’Ispettore Coliandro” e “La Linea Verticale”) a essere distribuite in maniera ibrida, prima online, sulla rinnovata Raiplay, senza tenere in conto la linearità dei palinsesti, poi in onda. Mediaset continua cercare di investire, tramite TaoDue soprattutto, su un’idea diversa di fiction, più che di serie tv, ancora profondamente nazional-popolare, ma pure innovativa. Da citare, perché uno degli ultimi casi, la serie “Immaturi” creata da Paolo Genovese.
 

Peak tv o Golden Age della serialità?
Appare chiaro che quella italiana è una situazione totalmente diversa da quella, più ampia, internazionale. Non è sbagliato dire, come in tanti hanno già fatto, che quella che la televisione sta vivendo – e che, forse, continuerà a vivere nei prossimi anni – è una stagione di sovrapproduzione e sovraccarico. Intitolata, simbolicamente, “peak tv”. In Italia, invece, vuoi perché siamo ancora lontani da un’impostazione effettiva di un modello produttivo competitivo, con una figura centrale come quella dello showrunner, o vuoi anche perché le produzioni coinvolte sono poche e sempre le stesse (Wildside, Cattleya, Palomar), siamo ancora in piena “golden age”, con una possibilità non da poco rispetto al resto dei competitor del mercato mondiale: quella di imparare dagli errori altrui, di migliorarsi, di prendere quello che funziona e di scartare quello che non funziona.
 

Il fatto che qui in Italia continuino a nascere sempre nuove realtà e a farsi avanti delle altre, come TimVision, che si è già affiancata a Rai e a Hbo nello sviluppo de “L’Amica Geniale” di Saverio Costanzo, o come Netflix, che dopo “Suburra”, rinnovata per una seconda stagione, e “Juventus FC”, ha già annunciato la produzione di una nuova serie, “Baby”, è solo un valore aggiunto. Perché nella complicatezza e confusione ordinata della situazione attuale, quella di cui parlavamo all’inizio, ancora impossibile da fotografare, può nascere qualcosa di buono per un mercato come il nostro: più piccolo, meno ricco, ma ancora tutto sommato giovane. 

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